Storicamente, la vita economica e sociale dei Paesi dell’Africa occidentale è caratterizzata da un’elevata mobilità. Difatti, le gravi siccità che ciclicamente colpiscono una regione già di per sé caratterizzata da penuria di precipitazioni, unitamente a un profondo grado di povertà diffusa, hanno alimentato nel tempo un’elevata mobilità interna e transfrontaliera, prevalentemente intra-regionale, cui si sono affiancati movimenti diretti verso il Nord Africa e l’Europa.
Tuttavia, gli sviluppi politici agli inizi dello scorso decennio hanno aggravato la già precaria situazione vigente: il crollo del regime di Gheddafi in Libia, che tra le altre cose ha indotto migliaia di Tuareg a fare ritorno in Mali, ha alimentato rinnovate ambizioni separatiste e indipendentiste, concretizzatesi in breve tempo nella ripresa di una lotta di tipo insurrezionale contro il potere centrale di Bamako. Gli spillover di tale instabilità si sono presto estesi anche ai Paesi limitrofi, in particolar modo Niger e Burkina Faso, contribuendo ad accrescere la precarietà politica e sociale in una regione precedentemente ritenuta un modello di stabilità per l’intero continente africano.

La rinnovata conflittualità ha rappresentato un importante elemento propulsivo per i flussi migratori, motivati da rinnovata violenza intercomunitaria e dal crescente radicamento da parte sia di nascenti che di radicati gruppi di matrice islamica, i quali hanno colto l’opportunità per estendere i propri ranghi ed espandere la propria presenza sul territorio.
Il triennio successivo si è rivelato cruciale in merito agli sviluppi che, in seguito, hanno definito gli esiti del processo sociale e politico in Mali, Burkina Faso e Niger: se da un lato il governo di Bamako ebbe modo di giungere a un concordato con i ribelli separatisti dell’Azawad per la sospensione delle ostilità nel 2015, dall’altro i movimenti di ispirazione jihadista ebbero modo di consolidare ulteriormente la propria struttura, affermandosi nell’area di confine fra i tre Paesi sopracitati. Inoltre, lo stesso anno Adnan Abu Walid al-Sahrawi, figura di spicco di al-Mourabitoun, dichiarò la propria fedeltà allo Stato islamico (Islamic State, IS), separandosi dal resto dell’organizzazione. Il giuramento venne pubblicamente riconosciuto dalla leadership dell’IS nell’ottobre 2016, consolidando l’emergere dello Stato islamico nel Grande Sahara (Islamic State in the Greater Sahara, ISGS), formazione destinata ad affermarsi soprattutto nell’area di confine tra Mali, Niger e Burkina Faso.
Nel 2017, la pletora di entità jihadiste che non avevano aderito alla causa dell’IS, ebbe modo di cristallizzarsi sotto un unico vessillo, quello facente capo ad al-Qaeda. Infatti, la branca magrebina del gruppo – al-Qaeda nel Maghreb Islamico (al-Qaeda in the Islamic Maghreb, Aqim) – si fuse assieme ai principali gruppi fondamentalisti che si erano già affermati nella regione (Macina Liberation Front, Ansar Dine e al-Mourabitoun), andando a costituire il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, Jnim), movimento eterogeneo dal punto di vista etnico dal momento che la composizione includeva Tuareg, Fulani e Arabi.

Nonostante l’azione tempestiva della Francia sin dal prorompere della crisi maliana (operazioni Serval e Barkhane), il contesto sicuritario regionale ha proseguito a deteriorarsi, costituendo un sempre più forte catalizzatore per l’emigrazione. Infatti, la Francia non è riuscita a mantenere il sostegno della popolazione locale poiché non è riuscita ad adattarsi con sufficiente rapidità al cambiamento di strategia dei gruppi jihadisti – i quali hanno preferito disperdersi in piccole cellule sia in Mali che nei Paesi limitrofi: progressivamente, il sostegno a favore dell’intervento militare ha lasciato il passo a un diffuso malcontento, motivato dagli abusi delle forze nazionali e dalla difficoltà nel risolvere i conflitti intercomunitari.
Parallelamente all’azione dell’Eliseo, l’Unione europea (UE) è intervenuta con l’istituzione di due misure complementari: la Missione di addestramento dell’Unione europea (European Union Training Mission, Eutm), per consentire a Bamako di riprendere il controllo delle regioni settentrionali del Paese, e il più ampio Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa (European Union Emergency Trust Fund for Africa, Eutf), volto a fornire sostegno tecnico per il Sahel e l’area del Lago Ciad col duplice obiettivo di affrontare le cause profonde del fenomeno migratorio e di rafforzare la sicurezza delle frontiere dei Paesi subsahariani. Tuttavia, l’intento di stabilizzare il Mali è fallito per via di uno scollamento tra il piano di formazione militare definito a Bruxelles e le reali esigenze locali, in primis la lotta contro la corruzione endemica che permeava le autorità sia civili che militari, nonché a causa della brevità dei tempi destinati all’addestramento delle truppe.

Secondo l’Africa Center for Strategic Studies, delle circa 17.700 vittime legate alla violenza dei gruppi islamisti militanti registrate in Mali nel periodo considerato, quasi l’81% si è verificato a partire dal 2020, anno del primo colpo di Stato nel quale Assimi Goïta svolse un ruolo centrale. L’anno successivo, Goïta consolidò definitivamente la propria posizione attraverso un secondo intervento militare, che portò alla destituzione del presidente di transizione Bah N’Daw e del primo ministro Moctar Ouane. Paradossalmente, nonostante la premessa su cui si basava la riuscita della destituzione del governo civile fosse la stabilizzazione e la messa in sicurezza del Paese, il nuovo regime non è riuscito ad adempiere alle proprie promesse. Tale fallimento è divenuto ancora più evidente tra la seconda metà del 2025 e il 2026, quando JNIM ha progressivamente ampliato la propria capacità di esercitare pressione non soltanto sulle aree periferiche del Paese, ma anche sulle principali direttrici economiche e logistiche che collegano Bamako agli Stati confinanti. Ciò è avvenuto principalmente per due fattori concomitanti: innanzitutto, la perdita del sostegno occidentale ha avuto ricadute profonde sulle attività di intelligence considerato che Washington e Parigi sfruttavano le proprie ampie capacità per svolgere operazioni di sorveglianza e monitoraggio volte a combattere la minaccia jihadista. D’altro canto, il progressivo avvicinamento delle autorità maliane alla Russia ha profondamente modificato l’architettura delle partnership di sicurezza del Paese, senza tuttavia determinare un’inversione del deterioramento securitario. La presenza russa si è inoltre progressivamente concentrata non soltanto sul contrasto ai gruppi jihadisti, ma anche sulla protezione e sul consolidamento delle autorità militari al potere. Inoltre, nel corso degli anni JNIM ha dimostrato una crescente capacità di adattare le proprie tattiche all’evoluzione del contesto operativo, affiancando al tradizionale impiego di ordigni esplosivi improvvisati un crescente ricorso ai droni, rispetto ai quali le forze armate della regione dispongono ancora di capacità di contrasto limitate.

Sostanzialmente, la stessa dinamica si è ripetuta in Burkina Faso: nel settembre 2022 l’ufficiale Ibrahim Traoré depose il presidente Paul-Henri Damiba, anch’esso salito al potere manu militari pochi mesi prima, con l’accusa di non aver saputo gestire la minaccia jihadista in costante espansione. Nonostante ciò, la nuova leadership si è rivelata incapace di porre un freno alle milizie islamiste, le quali sono state in grado di estendere il proprio controllo su più aree del Paese. Inoltre, nonostante il Burkina Faso abbia registrato, secondo il Global Terrorism Index, una significativa diminuzione di vittime rispetto al passato, la tendenza degli attacchi compiuti a danno delle forze di sicurezza nazionali attesta una maggior letalità, riflettendo quindi un pattern di attacchi meno frequenti ma più letali.
Per ultimo, anche il Niger si è inserito nella stessa traiettoria che, per ragioni connesse al deterioramento del contesto sicuritario, ha portato all’ascesa di una giunta militare che si è imposta a danno di un governo democratico. Infatti, nel 2023 il presidente Bazoum è stato deposto dal generale Abdourahamane Tchiani il quale, con i limitrofi Mali e Burkina Faso, nel 2023 ha istituito l’Alleanza degli Stati del Sahel (Alliance des États du Sahel, AES), un’organizzazione sovranazionale che, negli intenti delle tre giunte militari, ambisce a creare un meccanismo di difesa collettiva contro la minaccia terroristica, stabilendo al contempo un’unione politica ed economica.
Sin dalla sua creazione, l’AES ha operato una profonda modificazione degli equilibri regionali e del posizionamento internazionale dei Paesi aderenti: le tre giunte hanno deciso di abbandonare la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Economic Community of West African States, ECOWAS), una scelta che rischia di aggravare il loro già difficile contesto economico compromettendo il godimento dei vantaggi derivanti dall’integrazione regionale preesistente. Infatti, nel 2022 gli Stati membri dell’ECOWAS rappresentavano «oltre il 51% delle importazioni maliane e, rispettivamente, oltre il 21% e il 13% delle importazioni provenienti da Burkina Faso e Niger».
Inoltre, i tre Stati hanno deciso di recidere ogni relazione con i Paesi occidentali, in particolar modo Francia e Stati Uniti, accusandoli di voler perpetuare il passato rapporto di sudditanza di stampo colonialista. Al contrario, è stato deciso di coinvolgere maggiormente la Russia, la quale ha colto l’opportunità di espandere i propri interessi in una regione strategica: sulla scia di altri accordi similari conclusi precedentemente in Africa, Mosca si è offerta disponibile a fornire l’agognato sostegno militare in cambio del pieno accesso alle risorse naturali presenti sul territorio.
Tuttavia, il maggior coinvolgimento russo attraverso le proprie compagnie mercenarie – prima Wagner e ora Africa Corps – unitamente alla decisione delle giunte di far ricorso a un uso indiscriminato della forza nel tentativo di stroncare l’insurrezione jihadista, ha ulteriormente acuito le tensioni intercomunitarie e determinato un maggior numero di vittime civili.
Del resto, tratto comune delle tre giunte militari è stato quello di cercare di reprimere la minaccia insurrezionale attraverso un crescente ricorso a misure repressive, attuando un inasprimento delle misure a danno della società civile – misure punitive contro organizzazioni e associazioni sia nazionali che internazionali e leggi restrittive della libertà personale – e operazioni di giustizia sommaria. Tuttavia, tali rappresaglie comunitarie, unitamente alla decisione, formalizzata nel luglio 2026, di avviare il ritiro dei tre Paesi dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, si configurano come iniziative suscettibili di accrescere ulteriormente le tensioni con le comunità locali e di creare condizioni favorevoli alla propaganda e al reclutamento dei gruppi jihadisti, alimentando così un meccanismo di violenza che tende ad autoalimentarsi.



Nel complesso, secondo i dati diffusi nell’ottobre 2025 dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR), l’affermazione sempre più incisiva dei gruppi jihadisti e gli effetti avversi del cambiamento climatico hanno comportato la «chiusura di oltre 14.800 scuole in tutta la regione, lasciando tre milioni di bambini senza accesso all’apprendimento o a spazi sicuri», nonché l’interruzione dell’attività di 900 strutture sanitarie. Più specificamente, alla fine del 2025 il numero delle persone forzatamente sfollate originarie di Burkina Faso, Mali e Niger aveva superato i 3,9 milioni, circa dieci volte il livello registrato un decennio prima. Sebbene la maggioranza continui a trovare rifugio all’interno dei rispettivi Paesi, gli spostamenti transfrontalieri stanno assumendo un peso crescente: nel solo 2025 il numero di rifugiati e richiedenti asilo provenienti dai tre Paesi del Sahel centrale è aumentato di oltre il 50%, raggiungendo circa 1,1 milioni di persone. Nel 2026 la situazione ha continuato a deteriorarsi, in particolare in Mali, dove la crescente pressione esercitata dagli insorti sulle principali vie di approvvigionamento di Bamako rischia di determinare nuovi movimenti di popolazione. Le prospettive rimangono particolarmente critiche: secondo le stime dell’UNHCR, entro la fine del 2026 la più ampia regione del Sahel – comprendente, oltre al Sahel centrale e alla Mauritania, anche alcuni Stati costieri dell’Africa occidentale – potrebbe ospitare oltre cinque milioni di persone forzatamente sfollate e apolidi.
Il crescente numero di profughi dimostra come il contesto securitario, economico e sociale del Sahel occidentale continui a deteriorarsi. Il peso assunto dalla regione nel quadro della minaccia terroristica globale è ormai particolarmente significativo: secondo l’ONU, nel 2025 il Sahel ha concentrato oltre la metà delle vittime del terrorismo registrate a livello mondiale. Tale deterioramento assume una particolare rilevanza alla luce della traiettoria politica intrapresa da Mali, Burkina Faso e Niger. Le giunte militari hanno infatti fondato una parte significativa della propria legittimazione sulla promessa che il recupero della sovranità nazionale, la riduzione della dipendenza dagli attori occidentali e la costruzione di nuovi partenariati di sicurezza avrebbe consentito di affrontare più efficacemente l’insurrezione. A distanza di alcuni anni dai rispettivi colpi di Stato, tuttavia, a una maggiore autonomia politica e strategica dei tre regimi non è corrisposto un equivalente miglioramento delle condizioni di sicurezza.
La diffusione delle organizzazioni jihadiste, la fragilità delle istituzioni statali, l’acuirsi delle tensioni intercomunitarie e gli effetti del cambiamento climatico hanno contribuito ad alimentare un circolo vizioso di violenza, instabilità e spostamenti forzati di popolazione. Parallelamente, la competizione tra JNIM e Stato islamico nella Provincia del Sahel (Islamic State in the Sahel Province, ISSP) e il progressivo ampliamento delle loro aree di attività accrescono il rischio di un’estensione dell’insorgenza verso gli Stati costieri dell’Africa occidentale. Infatti, come riferisce il Consiglio di sicurezza dell’ONU: «tra agosto e ottobre [2025], [i due gruppi] si sono affrontati nelle province di Yagha [in Burkina Faso], Tillabéri [in Niger] e Ménaka [in Mali], per il controllo del territorio. Ǫuesti scontri hanno segnato la fine della distensione tra i due gruppi, instaurata all’inizio del 2025».
Nel corso degli anni, l’accesa rivalità nei tre Paesi menzionati ha spinto le due formazioni terroristiche a sfruttare la porosità dei confini coi Paesi confinanti per estendere le proprie aree di attività, con JNIM che ha progressivamente esteso la propria proiezione verso le aree di confine dell’Africa occidentale, consolidando una presenza particolarmente significativa nel Benin settentrionale e nel nord del Togo e sfruttando, al contempo, reti transfrontaliere e vulnerabilità locali per ampliare la propria influenza verso altri Stati costieri, tra cui Costa d’Avorio e Ghana. Anche le direttrici occidentali verso Senegal e Guinea assumono crescente rilevanza soprattutto sotto il profilo logistico, economico e del reclutamento.
In tale contesto, il solo ricorso alla forza militare si è dimostrato insufficiente a garantire una stabilizzazione duratura della regione. La riduzione della minaccia jihadista richiederà infatti non soltanto un miglioramento delle capacità di sicurezza degli Stati interessati, ma anche un rafforzamento delle istituzioni pubbliche, una maggiore inclusione delle comunità locali nei processi decisionali e una risposta più efficace alle criticità economiche e sociali che favoriscono il reclutamento da parte dei gruppi armati. Allo stesso tempo, il rafforzamento della cooperazione regionale e il mantenimento di relazioni pragmatiche con gli attori internazionali appaiono elementi essenziali per contenere il rischio di spillover nei Paesi limitrofi e limitare l’ulteriore crescita dei flussi migratori. In assenza di un approccio integrato che combini sicurezza, sviluppo e governance, è probabile che il Sahel continui a rappresentare uno dei principali focolai di instabilità del continente africano.
Brenno Fedi Fineschi
